Riccardo Buson | Content Marketing Analyst
28.09 2017

Perché 280 caratteri non salveranno Twitter

È notizia di [inserire “l’altro ieri/ieri” a seconda del fuso orario di residenza] che Twitter ha iniziato a sperimentare una novità a lungo ventilata: l’ aumento dei caratteri disponibili per comporre un tweet. Non più 140 caratteri, ma addirittura 280, il doppio.

L’ufficialità della cosa è stata data da Aliza Rosen, Product Manager di Twitter, nel blog della piattaforma stessa, in un articolo dal titolo sufficientemente emozionale e opportunista: “Giving you more characters to express yourself”, seguita poi dal tweet (ovviamente di 280 caratteri) di Jack Dorsey, deus ex machina del social.

jack-dorsey-twitter-280

Da tempo ormai immemore, a Twitter è richiesto un cambio di marcia, una novità che riesca a dare un boost alle speranze di vita del social con base a San Francisco. Laddove “boost” possiamo tradurlo con un più italico crescita (evitando inutili anglicismi) e “speranze di vita” con un più schietto “ricavi”.

A richiedere questa accelerata sono diversi attori:

  • gli azionisti, che hanno visto il 2016 chiudersi con una perdita di 456 milioni di dollari (a fronte di un fatturato di 2,5 miliardi);
  • gli inserzionisti, che ad esempio non sono disposti a pagare dai 2 ai 4 € per un nuovo follower acquisito;
  • gli utenti occasionali, molto legati ai meccanismi – più dinamici, flessibili e accattivanti – di altre piattaforme, Facebook e Instagram in primis.

Ma perché Twitter è – al tempo stesso – così poco redditizio per gli stakeholders e così poco attraente per le aziende? Tutto ruota attorno all’advertising.

Fare adv su Twitter e soprattutto ottenere risultati significativi, in termini di lead generation (le interazioni, quali retweet e like, alla lunga non sono più sufficienti), è difficile. Per quanto, secondo il mio parere, la piattaforma di ads management sia forse più snella e immediata rispetto a Facebook, la difficoltà nell’ottenere risultati e lead risiede a monte: al momento dell’iscrizione – così come in seguito – Twitter non richiede molti dati personali all’utente, mentre Facebook – all’opposto – richiede sin da subito nome e cognome, ossia l’informazione essenziale affinché si realizzi il claim di Facebook “è uno spazio unico per connetterti con i tuoi amici” (sulla vetusta veridicità di questo claim forse arriverà un apposito approfondimento, in futuro).

Non raccogliendo quindi troppe informazioni personali (in barba al knowledge is power), Twitter non è in grado di costruire una profilazione accurata dei propri iscritti e, di conseguenza, di semplificare il lavoro degli inserzionisti, che non sono in grado di indirizzare le proprie campagne a target che rispondano a precisi criteri.

Ecco perché i costi per compiere azioni di adv su Twitter sono così alti, tanto da spaventare i budget degli inserzionisti e i dividendi annuali degli azionisti.

Ma oltre ai ricavi (pubblicitari), c’è un’altra variabile in cui il social del cinguettìo non riesce (più) a crescere: il bacino di utenza.

Le ultime classifiche sul numero di utenti attivi mensilmente nei vari network vedono Twitter in piena zona retrocessione, con “appena” 328 milioni di monthly users, proprio mentre Facebook conferma il suo primato bulgaro superando i 2 miliardi di utenti.

Per dare una misura della pessima situazione di Twitter, basti vedere che – nella top10 – sotto di lui si trova solo Snapchat (255 milioni), e all’ottavo posto c’è Instagram, con più del doppio dell’utenza attiva (700 milioni).

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In un precedente articolo sul social del micro-blogging avevamo già isolato alcuni dei principali motivi che non attirano (o non riescono a trattenere) i nuovi utenti, e la principale barriera è sicuramente rappresentata dal limite dei 140 caratteri.

Anche a San Francisco ne sono consapevoli, a giudicare dal blog post sopra citato, che ora andiamo ad analizzare, partendo dall’incipit:

 

Trying to cram your thoughts into a Tweet – we’ve all been there, and it’s a pain.

 

Singolare la scelta di utilizzare proprio “pain” per descrivere la difficoltà nel riuscire a concentrare un pensiero, un’opinione o una sensazione momentanea in 140 caratteri. “Difficoltà” – appunto – potrebbe essere un termine già più appropriato di “dolore”.

In ogni caso, questo potrebbe essere letto come un tentativo – l’ennesimo – di avvicinarsi alla Generazione Z, cresciuta a pane ed emoji e più abituata a contenuti di natura visuale rispetto ai Millennials, sopravvissuti a torture post-medievali come il riuscire a costringere una dichiarazione d’amore in un SMS da 160 miseri caratteri. Se non altro, i 140 caratteri di Twitter non hanno esacerbato abitudini malsane come l’utilizzo di k al posto di ch: al massimo, solo qualche abbreviazione o troncamento, senza che la frase perdesse in fascino estetico.

 

Interestingly, this isn’t a problem everywhere people Tweet. For example, when I (Aliza) Tweet in English, I quickly run into the 140 character limit and have to edit my Tweet down so it fits. Sometimes, I have to remove a word that conveys an important meaning or emotion, or I don’t send my Tweet at all.

 

È per questo che i puristi di Twitter – quelli che forse sarebbero disposti a sottoscrivere un abbonamento pur di continuare ad utilizzarlo – apprezzano così tanto questo vincolo: obbliga a compiere un esercizio di stile, tentando di riassumere un concetto in pochi caratteri. Occam sarebbe fiero di Twitter. A questo proposito, Brian Barone, dottorando di Boston, si è divertito subito a modificare il tweet di Jack Dorsey, dimostrando che anche solo 179 caratteri sarebbero stati sufficienti:

Jack-dorsey-twitter-280-correction

 

But when Iku Tweets in Japanese, he doesn’t have the same problem. He finishes sharing his thought and still has room to spare. This is because in languages like Japanese, Korean, and Chinese you can convey about double the amount of information in one character as you can in many other languages, like English, Spanish, Portuguese, or French.

 

Dante ha scritto la Divina Commedia in endecasillabi, mentre Alessandro Manzoni ha vergato i Promessi Sposi in prosa. Voi quale opera avete studiato (e ricordate) più volentieri? Anche voi, eh?

 

We want every person around the world to easily express themselves on Twitter, so we’re doing something new: we’re going to try out a longer limit, 280 characters, in languages impacted by cramming (which is all except Japanese, Chinese, and Korean).

 

Questo sembra un ottimo compromesso, considerando anche che – a differenza di come hanno affermato diversi esperti di settore all’uscita della news – Twitter non dovrebbe implementare alcun button tipo “Read more” et similia; verrà semplicemente aumentata l’altezza dello spazio dedicato a ciascun tweet.

 

Nel blog post, seguono un grafico altamente intuitivo e la relativa spiegazione riguardanti una ricerca svolta dal Product Department di Twitter sulle abitudini di tweeting e sulle differenze tra chi scrive in lingua inglese e chi in lingua giapponese.

Emerge che il 9% dei tweet in inglese raggiunge i 140 caratteri, mentre lo stesso avviene – per i giapponesi – solo nello 0,4% dei casi. Inoltre, un tweet in giapponese ha circa meno della metà dei caratteri (15) – in media – rispetto ad un tweet in inglese (34).

Le conclusioni di questa ricerca vengono riassunte così:

 

Also, in all markets, when people don’t have to cram their thoughts into 140 characters and actually have some to spare, we see more people Tweeting – which is awesome!

 

Le persone che devono dire qualcosa in più di 140 caratteri ovviano a questo vincolo scomponendo il testo in più tweet, e Twitter viene incontro agli utenti, consentendo loro di poter collegare – anche da un punto di vista visivo – più cinguettii attraverso il meccanismo dell’auto-risposta, come spiegato anche qui.

Pertanto, è molto facile seguire le fila di uno scambio tra due (o più) utenti, o il flusso di coscienza di un utente singolo: questa novità venne lanciata nel 2014 e, dopo i fisiologici dubbi iniziali, venne mantenuta, perché effettivamente semplificava la user experience del mezzo.

 

Although we feel confident about our data and the positive impact this change will have, we want to try it out with a small group of people before we make a decision to launch to everyone. What matters most is that this works for our community – we will be collecting data and gathering feedback along the way. We’re hoping fewer Tweets run into the character limit, which should make it easier for everyone to Tweet.

 

Dopo la spiegazione tecnica della novità – con tanto di reason why corroborata da una ricerca partita dal team di prodotto, ecco che il lancio di questo cambiamento viene adattato alla community, la vera ricchezza di ogni azienda.

Peccato che gran parte della community non la veda allo stesso modo, come sintetizzato perfettamente in questo tweet di Ron Stoklas:

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Twitter is about brevity. It’s what makes it such a great way to see what’s happening. Tweets get right to the point with the information or thoughts that matter. That is something we will never change.

 

Twitter is about brevity. Keep it that way. Thank you. (54 caratteri, spazi inclusi)

Qui viene perorata la causa della brevità, soprattutto in relazione all’informazione, l’ambito in cui Twitter nacque e prosperò. Ed è effettivamente un mezzo tuttora utilizzato da organi di stampa e giornalisti per comunicare, informare e divulgare in real time. Per tutto il resto, ci sono i blog e gli editoriali.

 

We understand since many of you have been Tweeting for years, there may be an emotional attachment to 140 characters – we felt it, too. But we tried this, saw the power of what it will do, and fell in love with this new, still brief, constraint. We are excited to share this today, and we will keep you posted about what we see and what comes next.

 

Non siete voi, siamo noi. (semicit.)

In conclusione, non ritengo che l’introduzione dei 280 caratteri possa essere decisiva per il futuro di Twitter – soprattutto in termini di aumento della profittabilità, in quanto questo social network continua ad essere altamente deficitario per quanto riguarda la profilazione degli utenti.

Infine, già nelle prime ore dal lancio (per ora ristretto ad un numero limitato di account), molti tra gli utenti più affezionati si sono dichiarati contro questa novità, per due semplici motivi:

  • venendo meno il tratto più distintivo, il mezzo risulta snaturato;
  • il timore più grande è che Twitter possa iniziare ad assomigliare sempre di più a Facebook, e nel mondo dei social il dualismo Facebook-Twitter equivale a quello tra Apple e Android.

Se Twitter volesse davvero muovere un passo verso la propria community, una funzione richiesta a gran voce – pardon, cinguettìo – da diverso tempo è l’ inserimento della possibilità di modificare un tweet in seguito alla pubblicazione (opzione che anche i brand non disprezzerebbero).

Ciononostante, sembra fortunatamente archiviata l’ipotesi – ancor più tremenda per gli aficionados – ventilata alcuni mesi fa, in cui si parlava di un possibile aumento a 10.000 caratteri (per intenderci, questo articolo ne ha 11.309).

Attualmente, a meno di 48 ore dal lancio, è ancora presto per bocciare definitivamente questa novità, prima è necessario vedere come cambieranno le abitudini di utilizzo del mezzo da parte degli utenti, una volta che l’aumento di caratteri sarà reso disponibile a tutti. Utenti che, nel frattempo, si stanno dilettando nell’ironizzare a riguardo, producendo vere e proprie perle:

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