20 ottobre 2015 Nicola Grigoletto

Cultura umanistica alla base di una consapevole cultura digitale

Il 3 e 4 ottobre sono stato al Festival di Internazionale a Ferrara, un weekend con i giornalisti di tutto il mondo. Anche se non si tratta di un evento dedicato al digital marketing, sono tornato a casa con molti spunti interessanti da rielaborare e sviluppare nelle prossime settimane.

Nel mio lavoro trovo ispirazione da tutto ciò che mi circonda: una passeggiata in centro a Treviso, un film in una piccola sala polverosa, pezzi di conversazione rubati mentre pranzo nel solito bar, una mostra di Boldini, un articolo di Annamaria Testa. E credo fermamente che costruire negli anni una cultura umanistica, anche solo per la flessibilità mentale che ne deriva, sia fondamentale per formare una consapevole cultura digitale. Nelle intenzioni, questo vorrebbe essere il primo articolo che parla di cultura. Senza nessuna distinzione.

Il settimanale “Internazionale”

Internazionale, dal 1993, pubblica ogni settimana articoli, opinioni, reportage, fotografie e approfondimenti dai giornali di tutto il mondo. È stato uno dei primi giornali italiani ad andare online, nel dicembre del 1994. Nell’ottobre del 2014, Mark Porter, ex creative director del Guardian, ha ridisegnato il sito basando tutta la struttura sull’idea di stream, di flusso.
La stessa alla base di Facebook o Twitter: aggiornamenti presentati in semplice ordine cronologico. Avevo seguito con molta attenzione tutte le fasi del restyling perché ritengo che Internazionale, oltre ad essere un settimanale commercialmente di successo e unico nel suo genere, imprescindibile per una vita sana e stimolante, sia una fonte di innovazione.
Senza nessun timore di guardare quello che fanno, bene, gli altri.

Il mio festival

Con 130 incontri è impossibile essere presenti a tutti anche perché molti si sovrappongono. Bisogna scegliere. E, ancora meglio, delineare un percorso per approfondire un tema o dar sfogo ad una curiosità. Ho imparato a non andare a sentire autori che conosco già, per uscire da quella comfort zone che ognuno di noi tende a crearsi e perché le scoperte preziose sono maggiori delle delusioni.

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Antonia Arslan: narratrice ed amante delle storie

Antonia Arslan mi ha ricordato un volta in più che l’essere umano ha bisogno di storie, raccontate in diversi modi: un film, un fumetto, un romanzo, un blog. Non devi dare delle intenzioni al lettore ma la storia ben definita, non può essere solo accennata come può invece accadere nella realtà. Per nulla scontate le domande del giornalista Pietro Del Soldà sul nuovo libro della scrittrice: Il rumore delle perle di legno. Un libro sull’infanzia in Italia, la madre, il genocidio armeno. Come riuscire a scrivere in modo così dettagliato episodi avvenuti tanti anni prima, da bambina, e perché proprio ora: “La memoria si trasforma. Non mi piace la parola rimozione. E un giorno ti rivedi bambina, si coagulano delle immagini e dei ricordi e in un attimo tutto questo diventa incandescente e si sente il bisogno di scrivere la storia che prima era solo ricordi sbiaditi. E questi eventi rielaborati e rimessi insieme devono essere incarnati in personaggi forti. È importante far diventare narrazione ciò che ci è successo: l’importante è la storia e chi la racconta non deve parlare solo di se stesso”. Così risponde la Arslan.

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Perché le storie hanno bisogno di dati

L’incontro parlava di mappe, grafici ed elementi interattivi per analizzare, raccontare e visualizzare una storia o una notizia.

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Alberto Nardelli è data editor al The Guardian. Per lui, il data journalism può essere usato per investigazioni, articoli molto brevi o anche per progetti a lungo termine. Quando si lavora con i dati si deve tener presente che i dati sono solo la fonte, l’importante è la notizia che deve essere raccontata. E si deve farlo in modo originale: ad esempio, dopo l’aumento del salario minimo in Portogallo, ha pubblicato un articolo dove si confronta il salario minimo in tutta Europa usando come unità di misura il prezzo di un Big Mac.
Una metrica che considera molto importante è il tempo che il lettore si ferma sull’articolo perché ti permette di capire se quell’articolo è stato effettivamente letto.

La parola poi è passata a Jacopo Ottaviani, un giornalista italiano freelance. Per lui il giornalismo che utilizza i dati ha la possibilità di raccontare notizie e storie importanti per dettare il dibattito pubblico. Un progetto quale In Italia uno studente su tre non finisce le scuole superiori ha avuto un’ottima risonanza sui social: i dati esistevano già (Fonte: Tuttoscuola/Miur – 2014) ma non erano al centro del dibattito.

L’articolo ha messo la questione sotto i riflettori: il titolo è un già rilevamento, il testo ci dà un’idea, e le mappe interattive precisano nel dettaglio questa idea in quanto incentivano il lettore a chiedersi il perché delle cose guardando i dati anche da un punto di vista differente da quello dell’autore, aggiungendo così spunti di riflessione interessanti che animano il dibattito.

Il giornalismo che utilizza i dati ha un approcio che permette di trattare argomenti complessi o dove l’opinione pubblica si basa solo sull’emotività, come ad esempio l’immigrazione.

Si è poi parlato del differente modo di lavorare: Alberto ha a sua disposizione un team grafico, le idee da sviluppare sono moltissime e quindi è importante decidere dove utilizzare le risorse e il talento a disposizione, dove farlo focalizzare, quindi è essenziale dare delle priorità. Altro aspetto fondamentale è che tutte le persone del team siano coinvolte fin dall’inizio del progetto. E nel mio piccolo è quello che cerco di fare con il team con cui ho la fortuna di lavorare.

Per Jacopo il bello di essere freelance è il poter lavorare con persone da tutto il mondo, sempre diverse da progetto a progetto e ha sottolineato un aspetto che anche per me negli ultimi anni sta diventando sempre più necessario: la parta grafica ha una componente di programmazione dalla quale non si può più prescindere. Nel data journalist come nel web design.

Terra: storie che si intrecciano

Terra, film di Marco De Angelis e Antonio Di Trapani, racconta di una misteriosa forza cosmica che minaccia la vita sulla Terra. Questo viaggio attraverso le testimonianze dell’uomo sulla Terra l’ho vissuto come un insieme quasi infinito di fermo-immagine, un susseguirsi di scatti fotografici che mi hanno lasciato addosso una sensazione forte di straniamento.

La dittatura degli algoritmi

Per poi subito tornare con i piedi per terra.
Una piacevole eccezione, qui in Italia, parlare di libertà d’informazione in rete al tempo di Google, Facebook e Twitter. L’incontro più interessante a cui ho assistito che meriterebbe un post a parte per la densità e complessità degli argomenti trattati ma per forza di cose qui cercherò di dare solo qualche elemento di discussione.

Partiamo da Facebook: Juan Carlos De Martin, ingegnere che dirige il Centro Nexa di Torino su internet e società, afferma che il flusso di notizie che vediamo sul social network non è una semplice sequenza cronologica, ma è dettato da un algoritmo che personalizza la sequenza ai fini di massimizzare le entrate economiche attraverso la pubblicità. Da qui, in breve, delinea il ruolo sociale degli ingegneri: negli anni sessanta, decade di grandissimi cambiamenti, gli ingegneri discutono sul loro ruolo nella società, e soprattutto al MIT si approfondisce lo scambio tra ingegnere e umanisti. Negli anni ’80 si sviluppa una coscienza deontologica che cerca di rispondere alla domanda: “Chi potrebbe essere danneggiato dal software che sto sviluppando?”. Negli anni 10 di questo secolo si parla di etica degli algoritmi: con algoritmi che sono autonomi, almeno in parte, che non solo fanno cose, ma imparano e interagiscono tra di loro, chi controlla chi?, chi se ne assume le responsabilità? E come professore afferma il suo desiderio di trasmettere agli studenti una cultura digitale consapevole.

È proprio attorno a questo consapevolezza che si è animata la discussione che vedeva anche i due filosofi Luciano Floridi dell’Università di Oxford e Ugo Pagallo dell’Università di Torino. Serena Danna del Corriere della Sera era la moderatrice del dibattito.

La domanda fondamentale Come si può regolamentare questo campo? non ha avuto una risposta se non che è fondamentale per le persone essere consapevoli di quello che sta accadendo, non può essere un dibattito tra esperti: stiamo vivendo una trasformazione digitale e le persone devono avere le basi per dare forma a questa cultura digitale.

Ecco che quindi è fondamentale la trasparenza che aziende come Facebook o Google devono adottare nei confronti delle persone che utilizzano la loro tecnologia. Prima Facebook chiedeva di votare ai propri utenti gli aggiornamenti alla privacy. Ora non più perché la percentuale di chi votava era pochissima perché il processo era troppo (volutamente?) complicato da capire.

O anche la recente legge europea sui cookie: è solo una profonda perdita di tempo che scarica la responsabilità sull’utente, che non la legge nemmeno.

E nel prossimo futuro? Sta cominciando un ulteriore snodo della rivoluzione informatica: l’internet delle cose (citato anche da Alberto Nardelli in quanto permetterà di raccogliere moltissimi dati con i quali raccontare storie) e la robotica.

Conclusioni

Pur arrivando di buon’ora, non sono riuscito a prendere il tagliando per l’incontro Con i cuori a Kobane, dove Adriano Sofri e Zerocalcare condividevano il loro sguardo sul mondo. Così sono andato ancora una volta a vedere le donne bellissime e quel tratto che è movimento nei quadri di Boldini, al Castello Estense.

Il valore della cultura si rivela nel modo più chiaro quando una persona colta prende la parola a proposito di un problema che sta fuori dall’ambito della sua cultura. [Karl Kraus]