19 febbraio 2018 Gilberto Marciano
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Il Sogno, ineffabile realtà che può condizionare subconsciamente il quotidiano e il processo di Decision Marketing

Gentili lettori, con questo scritto mi sono posto l’obiettivo di scrutare in profondità un’entità che da tempo immemore ha suscitato curiosità ed è stato tema annoso delle Scienze Mediche e delle Belle Arti: il Sogno. Nella fattispecie mi ha interessato il rapporto osmotico che esiste tra il sogno e il giorno, catalisi che da e verso il sonno, funge da forza esogena ed endogena che influenza la nostra mente su aspetti cognitivi e comportamentali nel processo di Decision Marketing. Oltre ad un’analisi puramente scientifica scandagliando il sapere fin qui tramandato riguardo alla natura del sogno, ho voluto esaminare tutta una serie di scenari possibili sempre tesi alla risoluzione e controllo di un argomento probabilmente ancora abbastanza oscuro nel mondo del Marketing.

(Suggerisco di accompagnare la lettura di questo mio scritto con l’ascolto delle seguenti musiche, in questa sequenza: 1) Rocky mountains”, di Wendy Carlos, brano facente parte della colonna sonora del film “Shining”; 2) “Concerto per pianoforte N.1 in re minore BWV 1052 di Johann Sebastian Bach; 3) “Requiem – Affirming” dall’album “Love Cannot Bear (Soundscapes – Live In The USA)” di Robert Fripp)

All’improvviso tutto è chiaro, siamo svegli. Il mondo, la realtà, questa realtà, questa dimensione terrena ma al contempo astratta per la sua intangibilità escatologico/temporale, si riforma attorno a noi, da lì dove l’avevamo lasciata il giorno prima. Noi probabilmente siamo attori, e artefici, della nostra realtà, ma esistono forze al di fuori del nostro controllo, come la coscienza, il fato, e il sogno. Un giorno dopo l’altro, il ciclo circadiano stabilisce che dal sonno e dal sogno nasce la vita, la quale si riaffida ad essi la notte, è quindi plausibile una certa veridicità di una realtà del sogno, che è parallela, ma staccata dalla realtà presumibilmente vera, quella del giorno.  Mi sono ritrovato a pensare più volte in questa mia vita, al fatto di essere in realtà già morto, e semplicemente di stare rimembrando, nel sogno eterno di un infinito aldilà, le giornate della passata mia vita terrena, come se sfogliassi un libro o un album di fotografie.


(Gunnar Fischer – Un fotogramma da Il posto delle fragole, film diretto da Ingmar Bergman, 1957)

Quindi qual è la realtà vera? Quella di un film? Quella di un sogno? Quella del giorno? Vi renderete conto, nella supposta vita reale, che tutti recitiamo una parte, come in un film, e che invece siamo realmente noi stessi nel sogno. Noi siamo guidati da esso, nel nostro subconscio (attenzione alla differenza tra inconscio e subconscio, il primo molto meno accessibile e meno controllabile, il secondo – una scoperta del padre della psicanalisi Sigmund Freud, neurologo, psicoanalista e filosofo austriaco – molto più vicino allo strato di conscio anche se non pienamente dimostrato a livello empirico/scientifico), è una convinzione che mi si è radicata negli anni, pur non ricordandoci spesso i sogni che facciamo (lo spegnimento degli ippocampi nella fase REM del sonno, elementi di seguito descritti in questo articolo, determina il fatto di non ricordare se non l’ultima parte del sogno appena precedente al risveglio ove si verifica la riattivazione degli ippocampi; se il soggetto invece si sveglia in fase NREM – anch’essa successivamente descritta – non vi sarà ricordo alcuno dei sogni avuti).

“L’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.” (Umberto Eco)

Oniro (nella mitologia greca arcaica, la personificazione del sogno) è una forza che va ad amalgamarsi con l’essenza della nostra mente costruita mattone su mattone, nel tempo, nella materia, nello spazio. L’onirico riappare sotto forma di flash in molti istanti della nostra veglia, Morfeo con un mazzo di papaveri sfiora le nostre palpebre, ridestando le illusioni del sogno dalle quali proveniamo, e influenzando la nostra percezione del quotidiano, delle persone e degli oggetti. Noi usiamo la nostra mente, i nostri sogni, e le nostre illusioni, formando una amalgama percettiva che è avulsa da qualsiasi universo, o addirittura vivrà oltre la morte e l’infinito.


(Robby Müller – Un fotogramma da Fino alla fine del mondo, film diretto da Wim Wenders, 1991)

Esiste quindi un modo, uno strumento, per agire su questa miscela percettiva dell’Uomo? Esiste un modo di interagire non solo con i meccanismi neuronali di una mente desta, bensì anche di una mente sognante, al fine di condurre una strategia di marketing che agisca altresì sui nostri sogni e sulle nostre illusioni? Qualcosa che agisca quindi su aspetti ineludibili della nostra quotidianità quali il proliferare di onirici labirinti che come forme circolari rimandano al proprio reinizio e alla propria estinzione incessantemente.


(John Alcott – Jack Nicholson/Jack Torrance, in un fotogramma da Shining, capolavoro filosofico del cinema di Stanley Kubrick, 1980)

Sarebbe applicabile a tutti. Un messaggio, lungo o breve che sia, ci attraversa, ci colora del suo colore, ci illumina della sua luce, ci ammorba della sua oscurità, ci fa vibrare della sua musicalità e noi, a livello di conscio poniamo o meno delle barriere protettive.

Il visivo

Ma anche chi è aggrappato a concetti semplici, a sfere tematiche tangibili sulle quali sono poste le fondamenta del quotidiano e si proclama inattaccabile ai bisogni indotti dall’offerta marketing, è in realtà inconsciamente ricettore (probabilmente anche a livello di inconscio non rimosso – concetto introdotto da Mauro Mancia, psicoanalista e professore di fisiologia umana – in stretta correlazione con la memoria implicita, procedurale. In effetti l’esistenza di un inconscio rimosso è difficile da dimostrare, perché spesso l’energia, la forza necessaria a mantenere nascosto l’evento e l’emozione sono di tale intensità da premere comunque da qualche parte, provocando sintomi fisici o comportamentali alla lunga fonti di grande disagio nel vivere.

Freud parlava di “ritorno del rimosso”) di messaggi effimeri, brevissimi, provenienti da forze di un proprio io perimetrale, misconosciuto ma onnipresente, quindi anche verso queste persone ha senso una strategia di marketing che fissi delle immagini di breve durata (circa mezzo secondo; quindi non sto parlando di immagini subliminali, tecnica a mio avviso superata e poco etica) assorbibili dall’area associativa visiva posta nel lobo occipitale del cervello, immagine che viene poi trasmessa ad altre cinque aree, ovvero quella dell’inconscio posta sull’emisfero destro, quella della memoria implicita posta su striato amigdala e cervelletto, quella della memoria esplicita a breve termine (corteccia associativa prefrontale, ove risiede la parte conscia secondo Eric Kandel, neurologo, psichiatra e neuroscienziato statunitense) e – ma in un secondo passaggio – a lungo termine (ippocampo); e, sotto forma di materia onirica, quella dei sogni cioè la hot zone – zona calda corticale posteriore – posta poco sopra alla nuca (trattasi di una recente scoperta, in precedenza si credeva che i sogni fossero generati dal romboencefalo).

In buona sostanza, un’immagine, anche se osservata per un brevissimo istante senza prestarvi attenzione, innesca la sezione di percezione e riconoscimento visivi, dopodiché si fissa nell’inconscio e nel conscio, e può con ogni probabilità ricomparirci nel sonno per attivazione della hot zone del cervello (secondo lo psichiatra, psicoanalista e antropologo svizzero Carl Gustav Jung, la parte di noi che sogna è l’anima, il cui linguaggio è di essenza simbolica e trascende, per la sua universalità, tutte le lingue della Terra), o durante la veglia sotto forma di flash onirici (per attivazione dell’ippocampo e dei circuiti nervosi della percezione) – anche a livello di voci interne (provenienti dall’Area di Broca, area corticale posizionata nel lobo frontale sinistro, deputata al linguaggio articolato, e scoperta da Paul Pierre Broca, antropologo, neurologo e chirurgo francese) – o semplicemente subconsciamente, per poi ispirarci e condizionarci nelle scelte. In special modo, i “Sogni lucidi” o “Onironautica”, ovvero sogni dove si è coscienti e consapevoli che si sta sognando (sono tipici del sonno REM. Il nostro io utilizza i sogni lucidi per affrontare e vincere le proprie paure, potenziare le proprie qualità o crearne di nuove), costituiscono una sorta di prova generale che porterà poi i risultati nella nostra vita diurna; la presa coscienza di trovarci davanti ad un sogno lucido è determinata dai dettagli evidentemente incongruenti tipici del sogno.


(Raffaello Sanzio – Il sogno del cavaliere, probabilmente parte di un dittico assieme alle Tre Grazie, e databile al 1503-1504, olio su tavola – Londra, National Gallery)

Va tenuto presente che tutte le persone sognano, anche nel caso in cui vengano private della fase REM (acronimo di “Rapid Eye Movement”, detta fase del “sonno paradosso” rapido e desincronizzato in quanto contrappone un’attività cerebrale pari a quella della veglia, ad una immobilità del corpo secondo alcuni scienziati dovuta ad un istinto di protezione dalle azioni dei nostri sogni – vi sono delle eccezioni, circa l’immobilità corporea, dovute alle parasonnie in fase REM -. La fase REM si ripete, come d’altronde tutti gli stadi ad ogni ciclo, più volte durante il sonno, ed è la fase che precede normalmente il nostro risveglio naturale – condizione per cui facilmente ricordiamo l’ultimo sogno fatto -, fase altresì ove le onde cerebrali hanno una frequenza elevata in termini di Hertz, sono dette Theta), in quanto è dimostrato a livello empirico e scientifico che sogniamo durante l’intero arco del sonno, quindi durante tutti i suoi sottoinsiemi – “Sonno essenziale” (determinato da sonno profondo e da sonno REM), cicli interi, stadi, e anche nelle fasi NREM (“Non-Rapid Eye Movement”, detta fase del “sogno ortodosso” lento e sincronizzato, che comprende lo stadio di “Sonno profondo effettivo” caratterizzato da onde cerebrali Delta, piuttosto lente; durante le fasi NREM i muscoli non sono paralizzati. Nella fase 2 NREM possono verificarsi gli incubi persistenti di tipo DPTS, acronimo di Disturbo Post-Traumatico da Stress; le altre tipologie di incubi si esperiscono nella fase REM).


Rio Caño Cristales – Comunemente chiamato “il Fiume dei cinque colori” o “l’Arcobaleno liquido”, scorre attraverso il complesso montuoso della Serranía de la Macarena, Colombia, e sfocia nel fiume Guayabero)

La capacità di persuasione di tali immagini effimere discusse poco innanzi, e che non vanno a caricare evidentemente eccessivamente lo storyboard della pellicola di immagini che quotidianamente guardiamo, è potenzialmente forse anche superiore a quelle immagini lungamente osservate, o lungamente imposte ai nostri occhi. Ma perché succede questo fenomeno? La questione è che siamo portati a scoprire, più o meno approfonditamente (è ovviamente soggettivo), le cose, per evitare quello stato di disagio ed insicurezza derivanti dal fatto di essere messi all’oscuro di un fatto. Il non vedere indotto, è qualcosa di inaccettabile, di terribilmente angosciante ma al contempo intrigante.


(Giorgio De Chirico – Mistero e malinconia di una strada, 1914, olio su tela – New Canaan, USA, Collezione Resor)

Quindi il fatto che ci venga sottoposta in modo subitaneo un’immagine, ma senza lasciarci il tempo di metabolizzarla appieno, pone il nostro subconscio nella condizione di dover riaffrontare tale immagine, ad esempio riproponendocela durante il sonno. Si avrà quindi l’effetto di un messaggio dissimulato ripetuto, un’immagine quasi – ma non del tutto – fantasma che ritorna ad intermittenza corroborata, per divenire generatrice di un moto scrutativo verso l’inconscio al fine di appropriarci in conclusione dell’entità oggetto di quell’immagine. In tal senso noi siamo una sorta di Argo Panoptes, gigante con 100 occhi della mitologia greca. Attenzione a non confondere “non vedere indotto” (da una volontà a noi esterna), “cecità percettiva” (si verifica quando uno stimolo che entra nel nostro campo visivo non viene elaborato dal cervello e, pertanto, viene a mancare la percezione di quanto avremmo dovuto vedere)  e “cecità attenzionale” (l’incapacità di notare uno stimolo inatteso presente nel campo visivo quando siamo occupati in altri compiti che richiedono attenzione); sono dell’idea che nessuna di queste tre cecità precluda l’immagazzinamento e/o la formazione di immagini e suoni nella nostra mente, almeno a livello di inconscio.

Il concretizzarsi di un oggetto tridimensionalmente nelle nostre mani, partendo da un’immagine impressa nell’inconscio da un breve tempo di esposizione, è poi certamente un traguardo interessante, sia per noi attori di questo percorso metamorfico materico, sia per chi è la controparte generatrice dell’offerta.

Scenario numero 1: Homo Consciens

Credo fermamente nel fatto che il cervello umano veda e senta più di quanto la coscienza registri, e sia quindi in grado di immagazzinare ed elaborare, a nostra insaputa, anche i messaggi palesati in brevi frazioni di tempo (parlo di un tempo di mezzo secondo circa). Volendo esemplificare, lo spot di una auto di un determinato brand (che denomino “X”) girato lungo una strada extraurbana, ove nell’inquadratura di una svolta circumnavigando le fronde di una quercia si intravede in lontananza, per mezzo secondo, una stazione di servizio di uno specifico brand (denominata “Y”), e dopodiché, alla fine dello spot viene ben evidenziata l’informazione sulla data in cui sarà possibile recarsi in concessionaria per provare l’auto (call-to-action numero 1).

L’insegna illuminata, i colori vivaci, quasi psichedelici, quasi disturbanti, in contrasto con la silhouette di un uomo ombra, le bandiere telescopiche recanti payoff e slogan imperativi (call-to-action numero 2, a costruzione di una razionalità foriera di inferenze logico-consequenziali per cui una premessa porta ad una conclusione, quest’ultima la quale diviene premessa di un’ulteriore conclusione, sul modello della geometria di Euclide, matematico greco antico, modello ripreso successivamente dallo schema del sillogismo deduttivo di Aristotele, filosofo, scienziato e logico greco antico), di quella stazione di servizio (quindi un’immagine fortemente contrastante rispetto i toni tenui e sobri dello spot di X), seppure nemmeno metabolizzati dalla coscienza dell’utente in target (di X) fruitore dello spot, sono stati registrati dal suo brain specie a livello di inconscio, e l’immagine si ripresenterà a lui in varie forme e in vari momenti di veglia e di sonno, come fosse l’apparizione intermittente concentrica di uno Jakov Petrovič Goljadkin minore (topos letterario del doppio) da Il sosia di Fëdor Dostoevskij, ovvero, per parafrasare, una figura assolutamente da identificare prima del suo tramutarsi in un’entità negativa aliena metamorfica kafkiana che impone di specchiarvisi e di vedere lo stato rovinoso della propria identità (una forza quindi inversa a quella del ritratto di Dorian Gray di Wilde che nella sua metamorfosi rovinosa allontanava il protagonista dal farsi osservare).


(Egon Schiele – Autoritratto, 1912, olio su tela – Vienna, Leopold Museum)

Il giorno in cui quell’utente andrà a provare l’auto della réclame, X, se incontrerà sulla strada un distributore della Y, sarà molto probabilmente spinto subconsciamente a fare una sosta rifornimento carburante lì.

Il fenomeno percettivo appena descritto, è definibile con un acronimo che vado personalmente a coniare, ovvero “TLS”, “Threshold Level Stimuli”, letteralmente “stimolo sul livello di soglia” ovvero a livello della soglia tra conscio e inconscio; mentre Cross-Branding è il nome della strategia di marketing accademica, che combina due tipologie di prodotti/servizi diverse ma complementari, di due brand differenti. Ritengo che il connubio tra queste due tecniche, sia molto efficace, ma ancor più proficuo se il procedimento è biunivoco, ovvero, riprendendo lo spot descritto pocanzi, invertendo le parti e i pesi otterremmo il seguente risultato: pubblicità della Y stazione di servizio, inquadratura di partenza d’insieme, dall’alto a scendere in diagonale (seguendo la diagonale dell’area di servizio) zoomando, e una volta che la telecamera è atterrata fa una veloce panoramica 180° dei clienti e delle auto, e fra questi, per un breve istante (sempre mezzo secondo circa), ecco l’immagine di quella X dello spot descritto in precedenza, in questo caso avente come foggia l’effigie in grande del marchio e la scritta test drive (call-to action numero 2) sull’intera carrozzeria. Lo spot prosegue poi ponendo in sovrimpressione i regali della raccolta punti di Y, e si conclude informando su condizioni e data di scadenza della promozione (call-to action numero 1).

Ora l’associazione fra i due brand a livello di inconscio è concreta, è completa. Se poi si verifica l’ipotesi per cui, in uno stesso stacco pubblicitario in tv, oppure in video correlati ed in sequenza ad es. su Youtube, l’utente in target (di X e/o di Y) ha l’opportunità di vedere prima uno, e poi l’altro spot di cui sopra, è cristallino che nella sua amalgama percettiva il messaggio binario sarà recepito con totale successo. Ci sarà quindi una concreta possibilità che la persona, se assiduo frequentatore della Y, valuti o addirittura scelga X come prossima auto, oppure come detto se fedele cliente di X, o comunque già estimatore e prossimo ad acquisto, scelga Y per il rifornimento carburante.

Lo scenario numero 1 può essere racchiuso in questa equazione cognitiva concettuale:

Lettura dell’equazione: spot 1, ovvero Human (sommatoria brand χ + brand y) to Human (durante sommatoria veglia e sonno ciclici infinito) in relazione a tecnica marketing cross-branding (sommatoria brand χ + brand y) per call-to-action 1 + Threshold Level Stimuli di call-to-action 2, che generano lunghezza d’onda intermittente concentrica di brand y; relazione bidirezionale con spot 2, ovverossia Human (sommatoria brand y + brand χ) to Human (durante sommatoria veglia e sonno ciclici infinito) in relazione a tecnica marketing cross-branding (sommatoria brand y + brand χ) per call-to-action 1 + Threshold Level Stimuli di call-to-action 2, che generano lunghezza d’onda intermittente concentrica di brand χ

Il sonoro

Naturalmente, anche la componente audio ha la sua non trascurabile importanza. Un suono, anche se caduco e fievole, raggiunge la più distratta delle persone e, quantunque essa non ne sia cosciente, giunge alla corteccia uditiva destra e sinistra, poste sui lobi temporali del cervello, dopodiché l’informazione viene trasmessa alla corteccia motoria posta sul lobo parietale destro, e contemporaneamente all’area dell’inconscio, all’area della memoria implicita, a quella della memoria esplicita a breve termine e – in un secondo step – a lungo termine, e viene trasmessa altresì alla hot zone del sogno. Quindi, come per le immagini, anche un suono, o una musica, possono ricomparirci in modo più o meno amplificato una o più volte nei momenti del sonno, o della veglia.

Penso che il sonoro possa spingersi ove l’immagine non può, dipende dalla sensibilità di una persona, probabilmente trae origine anche da quanto efficienti sono le capacità sensoriali nostro appannaggio, ma non si tratta solo di questo. Sono convinto del fatto che esistano un 6°, un 7° ed un 8° senso (esulando dai 12 sensi di Rudolf Steiner, esoterista e teosofo austriaco). Il 6° senso, è il senso dell’intuito, soprattutto sulla presenza di qualcosa, o di qualcuno; definibile anche come il senso del presagio, probabilmente maggiormente sviluppato dalle persone ansiose. Il 7° senso, è la capacità di vedere anche in condizioni di cecità, per un affinamento della percezione sensoriale: sentire un immagine. L’8° senso, è l’essere in grado di sentire nella condizione di sordità, anche in questo caso per un’acuizione sensoriale: vedere un suono. Pensiamo ad esempio a Ludwig Van Beethoven, divenne completamente sordo negli ultimi anni della sua vita, ma ciò nonostante fu in grado di scrivere la Nona sinfonia (Sinfonia corale) in re maggiore per soli, coro e orchestra Op. 125.


(Andy Warhol – Beethoven, serigrafia, una delle ultime opere del padre della Pop Art, 1987 – Collezione privata)

A seconda della nostra storia di vita (anche a livello di ereditarietà fisica e anamnestica) e delle abitudini apprese, uniti alla nostra “vocazione” (si nasce poeti, si nasce scienziati, si nasce compositori, si nasce fotografi, non si impara ad esserlo: o c’è, o non c’è. Questo concetto naturalmente sta alla base, gli studi accademici sono comunque un successivo passo obbligato, non vorrei che domani tutti si improvvisassero poeti e fotografi “da cellulare”, o compositori tramite qualche software free scaricato in rete), abbiamo sviluppato più un determinato emisfero del nostro cervello e per cui maggiormente determinate capacità cerebrali relative, mentre potremmo addirittura mostrare delle difficoltà (anche di tipo dislessico) nelle funzioni cerebrali dell’emisfero opposto.

Una buona interazione tra i due emisferi tramite i fasci nervosi del corpo calloso, determinano poi un giusto equilibrio e un ampliamento delle capacità cerebrali quindi un maggiore sfruttamento delle potenzialità del cervello; è il caso delle persone caratterizzate da un pensiero creativo. Aggiungo altresì che la nostra ereditarietà, la nostra vita vissuta, la nostra identità hanno determinato l’acuirsi di determinati sensi rispetto ad altri, ovvero la maggiore sensibilità di determinati recettori sensoriali (la classificazione in base al tipo di stimolo li distingue in Chemiocettori – connessi a corteccia olfattiva e a corteccia gustativa del lobo temporale -, Meccanocettori – connessi a Corteccia Somatosensoriale primaria, S1, aree 3,2,1 di Brodmann, e a Corteccia Somatosensoriale Secondaria, S2 lobo parietale -, Termocettori – connessi ad area 3b di Brodmann -, Fotocettori – connessi ad area associativa visiva, lobo occipitale del cervello -, Stato-acustici – connessi a corteccia uditiva destra e sinistra, lobi temporali del cervello).

È quindi vero che ognuno di noi, per mezzo di quanto appena espresso, è ricettore e a sua volta veicolo dei messaggi in arrivo, in una maniera personale, unica, che rielabora le informazioni ricevute plasmandole sulla propria percezione, sulla propria tipologia di metabolizzazione/generazione delle emozioni, sulle proprie caratteristiche intellettive, sul proprio know-how, sui propri driver culturali, sulla propria storia, e sul proprio lignaggio; ecco che si palesa una difficoltà oggettiva, un concetto imperituro del marketing, ovvero la disomogeneità di fruizione da parte degli utenti, che sottende uno speciale afflato nell’abbinare testi, suoni/musiche, immagini/video, per suggellare una corretta trasmissione di uno o più concetti verso l’amalgama percettiva umana di ogni soggetto, non quindi in modo esclusivo ma inclusivo verso l’intero target pensato.

Ci sono elementi che fanno particolarmente presa in quanto sono paralleli, sono “organismi autosufficienti” che aprono e chiudono un concetto, una forma; questo permette loro di poter convivere con messaggi pubblicitari ed essere fruibili facilmente a tutti, nessuno escluso. Un esempio: la comicità, specie se di livello, è un’arte che attraversa, dà vita, e vive se vogliamo, l’utente, il quale non oppone una barriera e la riceve, anche nel caso in cui fosse depresso. Uno spot che contiene della comicità di una certa qualità, oltreché produrre degli effetti benefici sulla salute fisica e mentale (l’ipofisi produce beta-endorfine – un neurotrasmettitore simile per forma e funzioni agli oppiacei -, mentre la ghiandola pineale, o epifisi, secerne la serotonina, triptammina che migliora l’umore), probabilmente consequenzialmente rimane efficacemente impressa nella memora esplicita a breve e lungo termine.

Scenario numero 2: Homo Dormiens

Ma passiamo ad un ulteriore scenario: prima ho esemplificato un processo di Decision Marketing partendo da un’azione di cross-branding che sfruttava la tecnica da me coniata come TLS (Threshold Level Stimuli).
Vediamo adesso se è possibile pensare ad una strategia di marketing che vada ad agire direttamente durante il sonno e il sogno della persona. Il sogno seleziona le percezioni in funzione di un messaggio indirizzato a colui che sogna, e possono essere uditive, olfattive, gustative, tattili o chironomiche e visive.

A prescindere dal fatto che l’anomalia del lagoftalmo, ovvero il dormire con le palpebre non serrate, personalmente mi da un’apertura alla possibilità che a livello di inconscio vengano registrate delle immagini come se si fosse svegli, abbiamo più certezze sul fatto che suoni, odori, calore/freddo, il tangere, luci/oscurità, e qualsiasi altro agente esterno che “attraversi” il soggetto dormiente, influenzino la composizione del sogno in tempo reale, specialmente durante il sonno REM. Non solo: secondo la ricercatrice Anat Arzi, neurobiologa del Weizmann Institute of Science di Rehovot, Israele, durante il sonno possiamo recepire, immagazzinare delle informazioni, tramite i recettori sensoriali e le relative annesse aree del cervello da essi innescate. Informazioni che a livello di inconscio vengono rielaborate e utilizzate subconsciamente durante lo stato di veglia.

Le persone sono talmente tormentate da informazioni, spesso futili, durante il giorno, che a livello di conscio creano un barriera protettiva che va ad eliminarle dalla memoria esplicita a breve e lungo termine. E’ molto probabile, che se da un lato un immagine, un suono, un concetto, di scarso interesse e che vengono volontariamente scartati consciamente dal soggetto – e quindi relegate alla parte di inconscio rimosso – difficilmente si ripresenteranno a lui (nemmeno subconsciamente), dall’altro versante è possibile sostenere che delle informazioni visive, sonore, tattili, gustative ecc. di qualità, che agiscano (durante la veglia o durante il sonno) direttamente sull’inconscio non rimosso, specie se la persona è in target faranno molta più presa su di lui ovvero verranno immagazzinate, rielaborate, e subconsciamente sfruttate durante la veglia (probabilmente anche durante i sogni lucidi).

Va quindi anche rivalutata la teoria della Ipnopedia (anche detta Sleep-learning), cioè la capacità che ha il nostro cervello di imparare anche durante il sonno, se stimolato. Di questa teoria fu pioniere Lawrence Leshan, psicologo statunitense. Non è necessariamente d’obbligo una stimolazione magnetica transcranica: le nostre normali percezioni sensoriali, durante il sonno fanno registrare al cervello qualsiasi eventuale informazione esogena. Una stimolazione magnetica transcranica con elettrodi permette di stimolare il cervello del paziente durante determinate fasi del sonno ove si presentano parasonnie e incubi (fase REM) e incubi persistenti DPTS (fase 2 NREM), di cui ho precedentemente parlato in questo mio scritto, come terapia atta a interrompere questo tipo di flusso negativo e riportare il soggetto su onde cerebrali che gli consentano di non avere incubi e altri disturbi del sonno.

Parallelamente, è possibile trarre la seguente inferenza, ovvero che un soggetto, a prescindere se lo necessiti per alleviare disturbi del sonno o meno, possa chiedere, quindi on demand, di ricevere delle stimolazioni esogene provenienti da umani o da device, al fine di ottenere i seguenti risultati: rendere più piacevole il sonno, imparare determinate informazioni, ricevere dei suggerimenti pubblicitari che il suo inconscio registri, elabori, e riproponga sotto forma di guida subconscia al processo di decision marketing. Secondo quanto ho propugnato, si produrrà una certa convinzione nelle persone secondo cui le informazioni transitanti attraverso lo strato di conscio (TLS) e immagazzinate dall’inconscio non rimosso siano informazioni buone, che ci possono guidare subconsciamente in modo proficuo.


Roberto Kusterle – L’abbraccio del Bosco. L’abbandono dei silenzi, tema de “Il corpo eretico”, 2014 – Collezione privata)

Chiaramente, il tipo di sollecitazioni durante il sonno dovranno essere calmierate, come intensità, rispetto a quelle che siamo in grado di fruire da svegli, in quanto è vitale evitare un effetto negativo, o addirittura il risveglio del soggetto. Volendo esemplificare, un soggetto chiede on demand tramite la Human Neurosensorial App  di nuova generazione che denomino “W”, di ricevere stimolazioni esogene durante il sonno, tramite attivazione di hub digitale e domotica (interconnessione quindi di più device). Il soggetto vuole decidere che tipo di vacanza vuole fare nelle vicine ferie estive; una mezza propensione è presente, verso un pacchetto spa-resort, ma a questo punto manca il nome della spa scelta in relazione a che luogo, a che servizi, a che budget, e in relazione ai driver culturali della persona.

La Human neurosensorial app W, registrate tali informazioni dal profilo precedentemente compilato dall’utente, proporrà durante il suo dormire, un determinato tipo di vibrazioni, un determinato tipo di suoni/musiche/parlato, un determinato tipo di luci e colori, secondo un certo tipo di flusso, ad intermittenza riproducente un linguaggio che può essere ad esempio l’alfabeto Morse (CTA). L’associazione del nostro cervello, fra determinate stimolazioni percettive introitate, secondo certa intermittenza e certa lunghezza d’onda, avrà l’effetto di un determinato tipo di messaggio che afferisce ad un particolare tipo di possibile scelta poi lato subconscio durante la veglia.

Conio questo tipo di stimolazione con questo acronimo, “BTLS” (“Below the Threshold Level Stimuli, letteralmente “stimolo al disotto del livello di soglia”, ovvero al disotto del livello di conscio), e l’equazione cognitiva concettuale è la seguente:

Lettura dell’equazione: Human (human neurosensorial app W) to Human (durante sommatoria veglia e sonno ciclici infinito) in relazione a sorgente (espressione regolare di “qualsiasi”) per Below the Threshold Level Stimuli di call-to-action, che genera lunghezza d’onda intermittente concentrica di informazioni che possono contenere brand (sommatoria brand e not brand, espressione regolare di “qualsiasi lettera dalla a alla z, per una o più volte”).

Il nostro pensiero, i nostri ricordi, le nostre fulgide illusioni, i nostri sogni, il nostro subconscio. Emozione, questo siamo noi, e anche questa sera, attenderemo la notte, e l’alba di un nuovo giorno.

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